Un grazie di cuore al blog LiberiDiScrivere per l'intervista che ora mi permetto di riportare qui di seguito...
:: Intervista manuela mazzi
per Liberidiscrivere
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Giornalista professionista e appassionata fotografa, ha scritto per più testate della stampa ticinese e ha collaborato con "Il Giornale" di Milano, come corrispondente dalla Svizzera di lingua italiana. Attualmente lavora nella redazione del settimanale d'approfondimento "Azione" e produce servizi fotografici e giornalistici anche come free lance. Il suo libro d'esordio è stato "L'angelo apprendista" (2005), quindi ha pubblicato "Un caffè a Kathmandu" (2006), mentre il suo ultimo prodotto editoriale è "Un gigolo in doppiopetto" (2007).
Com’è nato in te l’amore per la scrittura?
Non è l’amore per la scrittura ad essere nato in me, sono io ad essere nata con l’amore per la scrittura: fra diari, pensieri lasciati a mozzichi su foglietti, paginate di romanzi appena iniziati già da ragazzina, tanto per far ordine in storie quotidiane, fogli su fogli scribacchiati con appunti di riflessioni, che mi divertivo a trascrivere per organizzarle e trovare così una risposta a tante domande che mi ponevo da sola, ho decine di centimetri di carta scritta solo per l’amore che ho per la scrittura.
Giornalista professionista, viaggiatrice, fotografa, scrittrice come concili i tuoi molteplici interessi?
A dire il vero queste quattro attività sono molto legate l’una all’altra e quindi è molto facile conciliarle, anzi, sono convinta che l’una sia una condizione per far sopravvivere l’altra e viceversa. Il problema in questo caso, quindi, non sussiste, mentre è altrettanto vero che più aumenta la passione per il mio lavoro e più è difficile conciliare gli impegni con altri interessi. E in particolare mi riferisco a una passione sportiva che fino a una decina di anni fa si trovava al primo posto nella mia vita.
Raccontami dei tuoi studi di giornalismo, come hai iniziato, quali sono stati i tuoi maestri?
L’elenco di “studi e maestri” a un giornalista servono per fornire delle credenziali, giusto? Ebbene io non ho credenziali da vantare; sono una giornalista atipica, perché a differenza della maggior parte dei miei colleghi, e di certo a differenza di tutti i colleghi che conosco della mia generazione, sono riuscita – seppure attraverso una gavetta degna di questo nome – a guadagnarmi l’iscrizione nel registro professionale senza avere titoli di studio superiori, ma solo per determinate doti che i miei “maestri” mi hanno riconosciuto. Oggi ci sono molti laureati che finiscono a fare i giornalisti come attività di ripiego, spesso per il fatto che non riescono a trovare un’occupazione come professori; io invece ho lottato proprio per riuscire a ritagliarmi uno spazio in questo mondo che corrispondeva ai miei sogni.
Cosa ne pensi del giornalismo spettacolo che fa dei giornalisti delle star sul modello americano di intrattenimento?
Associo il giornalismo spettacolo da intrattenimento solo al gossip, quindi dovrei esprimere un giudizio su questa espressione giornalistica più che sulla tendenza televisiva. E a tal proposito mi sento di dire solo che non rientra nel mio genere preferito.
Hai fatto la gavetta per diventare giornalista: ricordi un episodio bizzarro?
Più che bizzarro ricordo un paio di episodi che da subito mi fecero capire che avevo scelto la mia strada. La prima riguarda il fatto che sin dall’inizio mi è capitato di trovarmi spesso nel posto giusto al momento giusto. Ad esempio la prima volta che misi piede in una redazione con un contratto (temporaneo ovviamente) mi sono ritrovata in mezzo a una bella emergenza: un’esondazione storica che ci costrinse per un paio di settimane a recarci in redazione con le barche, per riuscire a documentare quell’immensa ondata di notizie. Un’altra volta invece mi ritrovai, non ancora praticante, con un collega che invece praticante almeno lo era, di domenica, da soli a dover scrivere una pagina di cronaca locale e due pagine speciali per un omicidio avvenuto proprio nella nostra città. Finimmo di scrivere a mezzanotte e per la grande soddisfazione dalla nostra redazione ci recammo direttamente nella città in cui veniva stampato il giornale per poter assaporare il piacere di vedere il risultato del nostro faticoso lavoro direttamente dalle prime copie del quotidiano ancora fresco d’inchiostro. E il direttore che ci incontrò per i corridoi vedendo i “due di Locarno” prima di complimentarsi con noi ci disse: “A eccoli i due rintronati di Locarno. Guardate qui: avete scritto in un titolino Preventino invece di Preventivo…”. Ci rimanemmo malissimo, se non fosse che subito dopo stappò una bottiglia di spumante per festeggiare il bel servizio.
Consiglieresti a giovani italiani di trasferirsi nel Ticino?
Per farci un giretto turistico, certamente. Per cercare lavoro, oggi, no. Purtroppo dal 1995 ha preso il via un processo (legato anche alle questioni relative all’Europa Unita e quindi agli accordi bilaterali) che ha messo in ginocchio l’economia locale, in Ticino ancor di più che nel resto della Svizzera. Purtroppo molti non riescono a trovare lavoro. Tant’è che è aumentata la disoccupazione, e ancor di più sono cresciuti i casi sociali, ma soprattutto sono aumentati i disabili per problemi psichici intesi come depressioni per perdita di lavoro, fallimenti e situazioni economiche sempre più precarie. In altre parole presto, almeno nel nord d’Italia, si potrebbe assistere più probabilmente a un’inversione di tendenza: saremo noi, svizzeri, a diventare transfrontalieri e pendolari. D’altronde l’euro si è rafforzato molto e potrebbe diventare quindi interessante anche da un punto di vista salariale.
Sarai presente alla Fiera del Libro di Torino dal 8 al 12 maggio?
Mi piacerebbe farci un giro, quindi molto probabilmente sì. Mi sto organizzando per ritagliarmi una giornata intera per la trasferta.
Che libro stai leggendo al momento?
Libro? Ops, direi libri. Ecco l’elenco: “Elogio della disciplina” di Bernhard Bueb; “Lo hobbit” di John Tolkien; “Tutto Sherlock Holmes” di Arthur Conan Doyle; “Intelligenza sociale” di Daniel Goleman; “Don Chisciotte della Mancha” di Miguel de Cervantes; “La danza della realtà” di Alejandro Jodorowsky; un vecchio libretto di racconti di Luigi Pirandello, di cui in questo momento non ricordo il titolo, “El principe de la niebla” di Carlos Ruiz Zafon in spagnolo e... mi sembrano tutti, forse.
Quali sono i tuoi scrittori preferiti?
Non ho uno scrittore preferito. Mi piace variare, anche se delle predilezioni le ho: mi piacciono i classici, ma anche le storielle happy-end, amo i gialli, ma non sopporto quelli ad alta tensione (troppo sensibile, ahimé), non amo molto le biografie, mentre adoro i saggi a sfondo psicologico o filosofico. Non ho mai letto un vero fantasy (Lo Hobbit è il primo), ma adoro i libri d’avventura.
Cosa pensi del filone New Age?
In realtà non lo amo molto (anche se mi sono piaciuti ad esempio libri come “La profezia di Celestino” & Co). Ed è un fatto strano se si pensa che il mio primo libro (L’angelo apprendista) è stato etichettato proprio come “spirituale” e “new age”. Detto tra noi forse non è stato capito interamente. Ma non importa: una volta scritto e pubblicato, un libro diventa di proprietà dei lettori, quindi...
Parlami dell’associazione Apeiron.
È un’associazione non governativa che ho avuto modo di conoscere attraverso il suo fondatore, Sauro Somigli, maestro di karate che ho seguito anche in un’esperienza diretta come attivista in Nepal. È grazie a lui, e ad Apeiron, che ho avuto lo spunto di scrivere “Un caffè a Kathmandu”, di cui il 50% degli incassi dalle vendite viene devoluto proprio a favore dei progetti di Apeiron, che si occupa anche del recupero dei bambini di strada.
Sei stata in Nepal, che divario c’è tra il Nepal turistico e quello di tutti i giorni con la realtà dei bambini di strada?
Enorme. A volte mi sorprende chiacchierare con chi il Nepal l’ha conosciuto turisticamente. Anche perché in genere chi si reca a Kathmandu lo fa solo per pochi giorni, il tempo di organizzare la spedizione verso le vette: il Nepal qui, in Europa, infatti, è sinonimo di patria delle nevi eterne, aria pulita e acqua cristallina, che poco hanno da spartire con la povertà dei bambini di strada, l’inquinamento della città, la sporcizia e i pidocchi...
Fai ricerche sul campo? Come ti documenti per i tuoi libri?
Anzitutto dipende dal libro. Per il primo non ho dovuto fare nessuna ricerca. Per “Un caffè a Kathmandu” invece, come detto, ho avuto modo di toccare con mano quella realtà che ho poi descritto, sebbene nomi e termini locali sono stati attentamente ripresi da una carta geografica. Per “Un gigolo in doppiopetto”, invece, mi sono basata su un servizio giornalistico e quindi mi sono “documentata” attraverso interviste e dati statistici reali per descrivere il fenomeno: d’altronde prima di essere romanzo è un reportage narrativo. Ma se potessi avere a disposizione settimane di trenta giorni dedicherei molto più tempo per documentarmi: sono certa che il successo di alcuni scrittori si celi proprio dietro la possibilità di dedicare molti mesi a documentarsi prima di iniziare a scrivere... Un sogno che per ora non mi è possibile realizzare.
Hai lavorato come fotografa per la rivista "Il nostro paese" della Società ticinese per l’arte e la natura, com’è una redazione giornalistica dal suo interno?
Lavoro tuttora per questa rivista, ma solo come freelance, mentre l’esperienza in redazione l’ho maturata dalla gavetta fino ad oggi, che lavoro con contratto per il settimanale Azione: mi reco in redazione tre giorni alla settimana. Che dire? È decisamente più divertente fare la reporter in giro per il mondo. Tuttavia mi piace vivere questa professione a 360 gradi.
Hai partecipato al progetto “Un libro in aiuto” collana a scopo benefico della casa editrice romana Progetto Cultura 2003, che devolve parte dei proventi in beneficenza. Credi molto nell’editoria solidale?
Sì, ci credo molto. Credo che sia un buon mezzo per raccogliere fondi e credo che sia fondamentale per divulgare il messaggio per cui è importante contribuire attivamente a certi progetti. In altre parole credo che sia l’unico vero modo per ottenere una triplice azione: recupero di fondi, sensibilizzazione al problema, e la durata nel tempo di questi intenti.
Nel 2003, in un articolo comparso sul quotidiano "Il Giornale", un giovane ex gigolo ticinese raccontò delle sue esperienze, ne hai fatto un libro di denuncia, come è stato scrivere un libro in cui i personaggi non erano di fantasia ma reali?
In questo caso specifico è stata un’operazione delicata perché non potevo discostarmi troppo dalla realtà, ma allo stesso tempo dovevo rendere i personaggi irriconoscibili per proteggere la loro identità che è rimasta anonima. Di proposito quindi ho evitato di caratterizzare troppo tutti i protagonisti del reportage, concentrandomi maggiormente sul personaggio principale.
Hai un atteggiamento critico nella questione delle adozioni a distanza, perché?
Per due motivi sostanziali. Il primo riguarda il comportamento di alcune organizzazioni. Ho potuto appurare il danno che può venir fatto a un bambino di strada quando l’adozione a distanza cessa per motivi diversi. Se un bambino di strada vive e cresce per strada, conoscendone le regole, potrebbe rischiare di cavarsela. Ma se viene a un certo punto tolto dalla strada e dato in adozione a distanza, imparerà a vestirsi, a lavarsi e “persino” a mangiare tre volte al giorno. A volte però capita che il “padre adottivo” cessi di inviare il contributo di adozione perché non ce la fa più, o per altri motivi. Ebbene, in certe organizzazioni, questi bambini vengono rimessi in strada... Il secondo motivo è il fatto che l’adozione a distanza è diventata così di moda che ormai la pubblicizzano anche in televisione come se i bambini fossero merce in vendita.
Cosa pensi del fenomeno dei ghost writers sei mai stata tentata di scrivere per autori famosi?
In Ticino quando si parla di ghost writers si intende definire chi scrive al posto di personalità politiche. Ebbene, ammetto di essere stata per un periodo anche una ghost writer, ma solo per il fatto che in fondo potevo comunque dire quel che pensavo: diciamo che ero in linea con le idee della persona che “aiutavo”. Non avrei mai accettato di esprimere idee che non rientrassero nei miei principi. Tuttavia trovo parecchio vergognoso (non per il ghost writers, che perde solo l’occasione di autodeterminarsi) che uno scrittore spacci per suo anche solo una frase non originata dalla sua mente.
Quali sono i tuoi maestri letterari?
Non mi ispiro a nessuno in particolare, o meglio: c’è da imparare da tutti.
In Svizzera la conoscenza delle lingue è d’obbligo quante lingue conosci?
Purtroppo non quelle che servirebbero in Svizzera. Da noi sarebbe utile sapere bene il francese e il tedesco, mentre io me la cavo con lo spagnolo e l’inglese. Certo, il francese lo capisco: ma scriverlo è tutt’altra cosa.
Che consigli daresti a un giovane autore non ancora pubblicato? Di insistere, comunque e in ogni caso. Anche se ovviamente bisogna cercare di capire il motivo per cui non è stato pubblicato. Se è certo e convinto di aver fatto un buon lavoro, se ha fatto leggere la bozza almeno a quattro o cinque persone e il giudizio è risultato positivo, se ci crede davvero... allora devo assolutamente continuare la ricerca: avete idea di quanti editori ci sono?
Ti urta essere definita scrittrice emergente dopo tanti anni di lavoro per la carta stampata?
Sono poi solo una decina di anni che faccio la giornalista. Comunque no, non mi urta. O meglio diciamo che mi urtano tutte le definizioni che generalizzano, però questa non mi infastidisce più di tante altre.
Tra i tuoi libri qual è stato più difficile scrivere?
Sicuramente “Un gigolo in doppiopetto”, però è anche quello che finora mi ha dato più soddisfazione a prodotto finito.
Hai un agente letterario? No, mai avuto.
Stai lavorando a qualche nuovo libro?
Sì. Ho finito qualche mese fa di scrivere un’avventura per ragazzi che al momento è... in cerca di editore. Finora è stato il libro che mi è piaciuto di più scrivere.
Hai relazioni d’amicizia con altri scrittori? Sì, ho tre o quattro amicizie nell’ambiente... è bello condividere una passione comune.
Ti piacerebbe fare un photoreportage in Cina?
Assolutamente sì, e prima che cambi troppo volto, anche se credo di essere già in ritardo...
L’editore rifiuta di pubblicare un tuo libro e tu crei la tua casa editrice, come è il mondo dell’editoria visto da chi la fa ?
Beh, non è proprio così. “Un gigolo in doppiopetto” non solo non è stato rifiutato, ma era addirittura riuscito a ottenere un contratto di pubblicazione molto interessante e vantaggioso... Solo che da buona svizzerotta certi comportamenti poco chiari, slittamenti di date e promesse non del tutto mantenute, mi hanno disturbato molto portandomi infine a rompere il contratto. Ormai però avevo già avvisato la stampa dell’imminente uscita del libro. Così in un mese ho fondato la mia casa editrice, mi sono fatta aiutare da un paio di amici per l’editing e sono andata in stampa... In fondo, dopo la pubblicazione, quel che ho fatto per il “Gigolo”, non è tanto diverso da quel che ho fatto per i primi due... Fin quando si rimane nella piccola editoria l’autore deve giocoforza impegnarsi molto per farsi conoscere.
I tuoi libri sono tradotti anche in altre lingue?
Purtroppo no: vorrei tanto tradurre “Un gigolo in doppiopetto” in tedesco, perché credo che potrebbe ritagliarsi un buon mercato in Svizzera interna... ma una traduzione costa troppo.
Pensi che un libro possa cambiare la gente e così il mondo?
Non tutti i libri, ma, sì, penso che alcuni libri possano farlo.
Sito personale dell'autrice: http://photo-mama.splinder.com/

È un periodo molto intenso di attività di vario genere, insomma: sono incasinata e sommersa dal lavoro. Mi dispiace quindi di non aver più aggiornato i miei blog. Ma vi assicuro che spesso entro a farmi il mio bel giretto. Presto spero di poter aggiornare con qualcosa di più sostanzioso. Nel frattempo auguro già a tutti voi una
BUONA PASQUA
(l'immagine l'ho presa da internet)
...per la seguente segnalazione

Urgente
Sta per andare in onda in questo momento un'intervista che mi hanno fatto: si può ascoltare anche da internet.
Andate su
www.retetre.rtsi.ch
e cliccate sulla RETE UNO - Ascolta la Radio a destra!!!

Non vi dico la sorpresa che mi ha fatto ricevere una telefonata qualche settimana fa.
“Pronto? Manuela Mazzi? Buongiorno. Chiamo dalla redazione di Rai Tre per la trasmissione “Alle Falde del Kilimangiaro”. Ci interesserebbe segnalare il suo libro “Un caffè a Kathmandu”, durante una delle nostre prossime puntate”.
Ho solo un piccolo rammarico: credevo andasse in onda a Pasqua, poi mi ero accorta d’avere scritto su un foglietto “per l’epifania” (dovevo essere completamente partita per l’emozione), mentre infine è andata in onda sotto Natale, e io – purtroppo – quella domenica non c’ero. Quindi la seconda sorpresa è stata poi ricevere le telefonate da alcuni amici che la trasmissione l’avevano invece vista meravigliandosi di sentir parlare di me e del mio libro. Che gioia. Grazie mille a tutta la redazione de Alle falde del Kilimangiaro
Ho aggiornato il blog Photo Ma.Ma. con un servizio giornalistico su SOS Villaggi per Bambini, pubblicato su Ticino 7. In realtà è già trascorso un po' di tempo, ma le vacanze mi hanno vista impegnata un po' troppo, tanto da trascurare anche i miei blog.
Cliccate sull'immagine per leggere il post.
Ricordo che ho deciso di raggruppare tutto (o quasi) il contenuto dei miei diversi blog in un unico grande contenitore che ho chiamato "I libri di Manuela Mazzi". Poco a poco inserirò anche i vecchi post. Alcuni si trovano già on-line. Vi aspetto!
Passate a trovarmi anche qui.
Un grazie particolare a Elio Del Biaggio per avermi dedicato
una pagina del suo seguito e interessante sito: fateci un giro!

Ringrazio il Secolo XIX per aver citato il mio libro in un interessante articolo che vi invito a leggere e commentare. (PS: come al solito ci sono capitata per caso... di tanto in tanto amo controllare in google se qualcuno cita Un gigolo in doppiopetto... e a volte capitano queste splendide sorprese).


| Notizia del 14/12/2007 - 15:42 |
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Una locarnese nell'antologia di un concorso letterario internazionale
Scelto un racconto della locarnese Manuela Mazzi nell’ambito del concorso letterario internazionale “Aiutare i bambini CI FA bene”.
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LOCARNO - Selezionato il racconto di una locarnese nell’ambito del concorso letterario internazionale “Aiutare i bambini CI FA bene”. Per quanto non abbia avuto l’onore di ritrovarsi tra i primi tre vincitori è stato comunque scelto tra i racconti giudicati migliori da inserire nell’antologia del premio organizzato dall’associazione non governativa CIFA For Children (http://www.cifaong.it/) antologia che ha preso il titolo dal nome del premio letterario. Il racconto selezionato è quello di Manuela Mazzi, che ha immaginato un dialogo tra due fratellini del terzo mondo, che decidono di scappare di casa per cercare rifugio nella città più vicina. Dove però, invece di trovare libertà e felicità, si trasformano in bambini di strada, come ce ne sono tanti in diversi paesi del mondo in via di sviluppo.
Il tema è caro alla Mazzi, già autrice di tre libri, di cui l’ultimo edito si intitola “Un gigolo in doppiopetto”, dove ad essere sfruttato in questo caso è un uomo. Il racconto selezionato, infatti, si ispira al contenuto del suo romanzo “Un caffè a Kathmandu”, anch’esso pubblicato nella stessa collana “Un libro in aiuto” della casa editrice Progetto Cultura di Roma (www.progettocultura.it), che ha curato la pubblicazione dell’antologia. Entrambi i libri, in effetti, sono in vendita per beneficenza. La raccolta di racconti “Aiutare i bambini CI FA bene” è stata presentata lo scorso finesettimana alla fiera letteraria di Roma: “Più libri, più liberi”, ed è quindi fresco fresco di inchiosto.
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Questo libro puoi acquistarlo su 
Questo mio articolo è già apparso
sul del settimanale ticinese e viene qui approfondito con l'ampliamento della recensione

Presente anche la Svizzera italiana
«Il bene tolto» di Giusi D’Urso apre la rassegna
Libri, editori e autori al Pisa Book Festival
di Manuela Mazzi
«La piccola editoria ti conquisterà». Questo lo slogan del Pisa Book Festival svoltosi l’ultimo finesettimana di ottobre nella città della torre pendente. E tra i «conquistatori» c’era anche la Svizzera italiana. Giunta alla quinta edizione, la fiera quest’anno ha infatti eletto quale proprio ospite la Società Editori della Svizzera Italiana (SESI), nell’ambito del progetto «Paese ospite: una finestra sull’Europa».
La manifestazione, di fatto, ha permesso alla rappresentanza dell’editoria ticinese di far conoscere i propri prodotti, ma anche di presentare il nostro territorio da un punto di vista culturale attraverso temi importanti, come la cultura etica della malattia e della cura, l’italianità all’interno di un federalismo linguistico, l’essere un crocevia mediatico, l’integrazione e l’apertura che nascerà con AlpTransit, e altro ancora.
Alla SESI è stato riservato un intenso programma, tra presentazioni e conferenze, che ha visto impegnati autori, editori, giornalisti, dottori e diversi altri relatori noti nel nostro cantone come: Sandro Bianconi, Chiara Orelli Vassere, Claudia Quadri, Roberto Malacrida e Graziano Martignoni, Pierre Lepori e Francesco Biamonte, Fabrizio e Michele Fazioli, e poi ancora Marco Borradori, Piero Martinoli, Carlo Ossola, Alberto Galla, Tania Giudicetti-Lovaldi e Pietro De Marchi.
Oltre ai diversi incontri la Svizzera italiana è stata presente durante tutti i tre giorni della fiera grazie a uno stand collettivo che esponeva i prodotti dei vari editori locali.
Non sarebbe però un articolo completo se parlando di una fiera letteraria non si citasse almeno un libro meritevole. Ebbene una nota di rilievo va quindi alla presentazione dell’opera che ha avuto l’onore di dare il via al Festival letterario, in concomitanza con altre tre conferenze di cui un seminario, un convegno e un incontro d’autore. Stiamo parlando de «Il bene tolto», romanzo d’esordio della pisana Giusi D’Urso (www.giusidurso.com) appena uscito per le Edizioni Progetto Cultura. In un centinaio di pagine l’autrice ha saputo trattare con straordinaria capacità narrativa un tema delicato come quello della violenza sulle donne e dei rapporti con gli uomini dopo la violenza subita. La scelta del comitato organizzativo di mettere in risalto quest’opera, è stata dettata, oltre che dal valore letterario riconosciutole da subito, anche per sottolineare l’edizione 2007 che coincide con l’anno europeo delle pari opportunità per tutti.
Un libro che dovrebbe venir letto, più che dalle donne che vi si riconosceranno, dagli uomini che desiderano capire e sfogliare pensieri femminili spesso «segreti», o taciuti per mancanza di comprensione da parte del compagno. Una storia che scioglie alcuni nodi della memoria della protagonista, la quale ricompone nel libro la propria storia attraverso forti emozioni.

...continuazione della recensione del libro "Il bene tolto" di Giusi d'Urso
Ho parlato di forti emozioni, sì, perché il libro di Giusi D’Urso è un cofanetto di ricordi vivi, una tormenta di flash back che attanaglia i pensieri di una donna dagli occhi color nocciola intenso, sdraiata sul divano e vestita solo dalla morbidezza di una vestaglia di ciniglia, che non riesce però a smussare la rudezza degli spigoli di un passato ingombrante. Come accade alla protagonista lo stesso capita al lettore che inizia a sfogliare con gli occhi “Il bene tolto” della scrittrice pisana: in un turbinio di salti nel passato, in poche ore, si viene attirati al centro del vortice di sensazioni a volte spensierate, spesso ingestibili, sempre indelebili, fino ad arrivare nelle pagine più oscure e travolgenti dove, a quel punto, nessun lettore potrà voltare lo sguardo per non vedere... Perché il grido di sofferenza scaturito da un bene tolto con la forza riecheggia per anni, a volte per sempre, nel cuore di una donna, sebbene troppo spesso venga soffocato e strozzato nella gola di coloro che vorrebbero liberarsene, ma che non ci riescono: forse perché non è facile farlo, e neppure trovare un ascoltatore in grado di capire...
La scrittura di Giusi D’Urso, pur trattandosi di un argomento così grave, non cade mai nel patetico. Piuttosto il contrario: la forza della protagonista, in tutta la sua fragilità, emerge a ogni tratto, sapendo regalare anche descrizioni incantevoli che, ripescate dallo stesso passato tormentoso, creano parentesi di calma apparente dove profumi e sapori ossigenano scampoli di pace e serenità.
Ho aggiornato il blog Photo Ma.Ma. con un servizio giornalistico sul Fenomeno Pro Ana e Pro Mia, pubblicato su Azione. Generalmene ripubblico solo i reportage, ma in questo caso, dato l'argomento attinente alla blogosfera ho deciso di pubblicare anche questo articolo. Cliccate sull'immagine per leggere il post.
Ricordo che ho deciso di raggruppare tutto (o quasi) il contenuto dei miei diversi blog in un unico grande contenitore che ho chiamato "I libri di Manuela Mazzi". Poco a poco inserirò anche i vecchi post. Alcuni si trovano già on-line. Vi aspetto!
Passate a trovarmi anche qui.
Un grazie grande così a DonnaB, collega che gestisce il blog Generazioni al Femminile che ha pubblicato una mia intervista...

Mi permetto di riportare l'intervista siccome è già uscita
più di 10 giorni or sono
Intervistiamo...
Vi presentiamo qui di seguito l'intervista a Manuela Mazzi, una scrittrice importante e di talento che ha pubblicato più volte con la casa editrice Progetto Cultura. Parleremo del suo essere donna e del suo essere scrittrice, dei suoi successi, delle sue idee e del suo rapporto con la casa editrice...
Insomma... aspettiamo le vostre opinioni, amiche di blog! E intanto, buona lettura…
Definisciti in quanto scrittrice.
Forse è più facile dire che cosa non sono, piuttosto che attribuirmi una definizione: non sono una giallista, non sono un’intellettuale, non sono rinchiusa in un genere unico, e quando scrivo non lo faccio per puro esercizio stilistico, ma per comunicare attraverso una forma che non sia il giornalismo, e che mi dia più spazio per raccontare ciò che voglio. Ecco sono una scrittrice affetta da deformazione professionale, una giornalista a cui piace narrare.
Che rapporto c'è tra te e la casa editrice Edizioni Progetto Cultura 2003?
La Edizioni Progetto Cultura 2003 è stata la casa editrice che mi ha aiutata a esordire pubblicandomi il lungo racconto "L’angelo apprendista". Quindi nutro stima e riconoscenza. Tant’è che anche il mio secondo libro, "Un caffè a Kathmandu" è uscito con loro nella collana "Un libro in aiuto"; una forma di pubblicazione e collaborazione con le onlus che ritengo molto bella e utile da un punto di vista sociale: un’idea azzeccata.
Ti senti più una donna che scrive o una scrittrice al femminile?
Una donna che scrive al femminile. E me ne sono resa conto proprio con l’ultimo lavoro. Nel reportage narrativo "Un gigolo in doppiopetto", infatti, scrivo con la forma dell’Io narrante, che nella fattispecie è però un uomo: ovvero il gigolo protagonista che si racconta nel libro. Ebbene devi sapere che non è proprio sempre facile - attingendo comunque le emozioni dal proprio vissuto per meglio descriverle - parlare e scrivere al maschile, essendo io una scrittrice donna… Ma di positivo, c’è che per la prima volta non confondono il protagonista con la mia persona. Come invece è accaduto con i primi due, in cui la protagonista era appunto una donna…
Cosa si prova a vedere la propria ultima fatica, "Un gigolò in doppiopetto", tra i libri più venduti nella Svizzera Italiana?
È davvero una grande soddisfazione. Un’emozione inebriante. Ma non tanto per la statistica o le vendite… ma per il fatto che viene riconosciuto un qualche merito al libro, foss’anche solo l’interesse che suscita il tema trattato.
Ci racconti com'è stata la gravidanza del tuo primissimo libro, "L'angelo apprendista"? Com'è stato darlo alla luce, e poi alle stampe?
È nato tutto da un sogno, che ha poi determinato l’inizio, il prologo del racconto. E di sogni è composto anche tutto il seguito. Certo, c’ho messo un po’ a trovare il filo conduttore che poteva unire storie e ambienti molto diversi tra loro, ma alla fine sono stata soddisfatta dell’insieme. La ricerca dell’editore è invece stata molto, ma molto più difficile e lunga… ogni volta devo mettere in conto almeno un anno di attesa e risposte negative. Prima dell’offerta di Progetto Cultura, avevo già ricevuto alcune proposte di pubblicazione, ma erano tutte fuori completamente di testa (e oggi, con il senno di poi, posso affermarlo senza problemi).
Fortunatamente, infine, sono incappata nella casa editrice romana, che mi ha accolta con entusiasmo, e di ciò li ringrazio. Il resto è stato un lavoro in simbiosi: io e loro, senza tensioni, con tranquillità, nessuna costrizione, discutendo semmai qualche dettaglio, passo dopo passo, nei termini prestabiliti, alla fine è venuto alla luce… un bel parto.
Se dovessi esprimere un'opinione sulla casa editrice, cosa diresti? E, dalla tua esperienza, a chi consiglieresti di rivolgersi alle Edizioni Progetto Cultura 2003?
La Edizioni Progetto Cultura 2003 è una casa editrice seria e allo stesso tempo molto elastica nel rapporto con i propri autori, ma piccola, e ciò la penalizza sul mercato nazionale: insomma sono bravi e capaci, ma non hanno ancora una grande forza editoriale. E non per demeriti, ma perché questo è il mercato del libro di oggi… Ma è proprio questo che li rende "speciali": nonostante le difficoltà non approfittano degli sprovveduti esordienti, bensì li aiutano a inserirsi nel mondo editoriale.
Insomma Progetto cultura ha un profilo basso e tranquillo. Ma rispetto ad altri editori con cui ho avuto a che fare loro sono, finora, di certo i più corretti, attenti e disponibili.
Per questo li proporrei… anzi li propongo agli esordienti che prendono contatto con me via blog chiedendomi consigli.
Un libro, per te, è un mezzo per viaggiare o un viaggio esso stesso?
Devo davvero scegliere? Per me sono entrambi… In quanto autrice, lo scrivere un libro è una buona giustificazione per farmi un viaggio (ad esempio i prossimi saranno Messico e Brasile, per due libri che ho in testa). Mentre da lettrice, mi lascio sempre condurre verso il viaggio contenuto nel libro. Quindi… Che sia fisico o mentale… l’importante è viaggiare!
Che ne pensi dell'idea della nuova collana, "Generazioni al femminile"?
Credo che sia un’ottima trovata. Sempre più donne si dilettano nello scrivere, e a volte ci riescono pure bene ( ? ) . È uno spazio che sicuramente troverà un buon seguito. E quindi incrocio le dita per questa nuova avventura…
Ora, rispetto al 2005 quando hai scritto "Un caffè a Kathmandu", ti senti cresciuta in quanto scrittrice?
In parte sì, anche se ci sono ancora molte cose che vorrei migliorare (per fortuna), ma credo però di aver fatto dei grandi passi avanti: sia nella stesura sia nell’esperienza post-pubblicazione… Lo dico perché a volte ripensando all’ultimo lavoro non vorrei modificare quasi nulla, mentre se penso a "Un caffè a Kathmandu"… wow… cambierei tantissimo. Ecco il motivo per cui mi sento di dire che comunque qualcosa è cambiato dentro la "scrittrice" che c’è in me.
Ringrazio molto l'amico blogger che ha inserito tutti e tre i miei libri,
nel suo ricco contenitore
di "Libri e Film"

Ho aggiornato il blog Photo Ma.Ma. con un seguito del reportage sul Kosovo pubblicato questa volta su Ticino7. Cliccate sull'immagine per leggere il post.
Mentre ho deciso di raggruppare tutto (o quasi) il contenuto dei miei diversi blog in un unico grande contenitore che ho chiamato "I libri di Manuela Mazzi". Poco a poco inserirò anche i vecchi post. Alcuni si trovano già on-line. Vi aspetto!
Passate a trovarmi anche qui.
Un grazie grande così, all’Associazione ciechi e ipovedenti della Svizzera italiana, ovvero all'UNITAS.
Dopo il CD de “L’angelo apprendista” e de “Un gigolo in doppiopetto”, tra i libri che potranno essere “letti” anche dai ciechi da oggi ci sarà anche “Un caffè a Kathmandu” , che è diventato un audio-libro CD a disposizione di coloro che hanno problemi di vista. Questo prodotto sarà messo in vendita presso la Biblioteca Braille e del libro parlato di via Contra 160 a 6598 Tenero (0041-(0)91.645.61.61).


È apparso l'altroieri un articolo sulla Rivista di Locarno in merito alla donazine di una ingente somma di denaro a favore di Apeiron, grazie a Un caffè a Kahtmandu.

Dal Ticino un grande gesto solidale a favore del Nepal, grazie a un libro scritto dalla giornalista Manuela Mazzi
«Un caffè a Kathmandu» fa… bene
«Cara Manuela, ti ringraziamo molto per il tuo lavoro che ha dato immediati e sostanziosi frutti: qualcuno di un’azienda svizzera di Riazzino ha letto il tuo libro e ha voluto fare una cospicua donazione ad Apeiron di 10.000 franchi…». Questo il messaggio inviato dalla Onlus Apeiron alla locarnese Manuela Mazzi, autrice del libro “Un caffè a Kathmandu” (www.uncaffeakathmandu.splinder.com). Ed è proprio grazie a questo romanzo che un’importante azienda di Riazzino ha deciso di devolvere una somma così considerevole a favore dell’attività della onlus nepalese, che si occupa di salvaguardare i minimi diritti fondamentali dei membri più deboli della società locale.
Ebbene, recentemente, Apeiron ha determinato la destinazione della somma: i diecimila franchi andranno a supportare il progetto «Casa Nepal», nato dalla collaborazione di Himalayan Seeds con l’Associazione Apeiron attiva in Nepal dal 1997 (www.apeiron-aid.org). Si tratta di un centro d’accoglienza che darà rifugio e assistenza a donne vittime di violenza e discriminazione, e a bambini orfani o abbandonati. In Nepal la condizione delle donne influisce evidentemente anche su quella dei bambini, a loro volta vittime dirette o indirette della discriminazione e della violenza. Sempre più numerosi, infatti, sono i bambini che vivono con madri sole perché ripudiate, abbandonate o rimaste sole a causa della guerra. I bambini, poi, sono direttamente colpiti da fenomeni di violenza di varia origine: dalla tratta di esseri umani alla pedofilia, dallo sfruttamento del lavoro minorile, alla tratta delle adozioni a distanza.
«Non avrei mai immaginato – ha commentato Manuela Mazzi – di poter raggiungere un simile risultato grazie a “Un caffè a Kathmandu”. Certo, la speranza era quella di vendere bene così da devolvere il più possibile e allo stesso tempo sensibilizzare i lettori: ma una simile sorpresa non me la sognavo neppure. Mi ha dato una grande gioia e un pizzico d’orgoglio – conclude Manuela Mazzi, che a fine marzo è uscita con il nuovo reportage “Un gigolo in doppiopetto”, che denuncia la storia vera di un gigolo ticinese – il fatto che un così importante gesto solidale sia arrivato proprio dal Ticino. Ringrazio quindi pubblicamente la dirigenza dell’azienda, anche a nome di Apeiron».
Nelle foto:
- Un bambino sullo sfondo della valle di Kathmandu
- Manuela Mazzi con due bambini di strada nepalesi
- Sauro Somigli, attivista e autore della prefazione, con un giovane nepalese.
- Bambini di strada a Pokhara
Ciao carissimi,
On-line ho trovato un sito che vende il mio primissimo libro scontato: si può risparmiare fino a 7 eruo!!!! Così invece di 10 ne paghereste solo 3, se inviate anche una recensione. Che cosa ne pensate?
L' ANGELO APPRENDISTA
Ciao carissimi,
Presto inizieranno le vacanze dell'edilizia, come vengono tradizionalmente definite le ferie di due settimane che partono dal primo di agosto al 15. Bene, se avete in programma giorni di relax, magari al mare, vi ricordo (con un pizzico di invidia, perché io rimarrò a casa) che mi farebbe piacere ritrovarmi con voi sotto l'ombrellone. Come?... beh, semplice... Ad esempio in formato libro 
Ammetto che l'idea me l'ha data un nuovo collega-amico blogger che ho incontato ieri...
In ogni caso eccovi i miei tre piccoli cuccioli:
L'angelo apprendista

(a partire dai 10-12 anni)
ISBN: 88-89243-31-7
dalla Svizzera:
dall'Italia:
Un caffè a Kathmandu

(a partire dai 10-12 anni)
ISBN: 88-89243-95-3
Per la Svizzera:
Per l'Italia:

Un gigolo in doppiopetto

(a partire dai 16-18 anni)
Per acquisti dall'Italia:

ISBN: 978-88-902810-0-6
Per acquisti dalla Svizzera:

Nel frattempo ho deciso di raggruppare tutto (o quasi) il contenuto dei miei diversi blog in un unico grande contenitore che ho chiamato "I libri di Manuela Mazzi". Poco a poco inserirò anche i vecchi post. Alcuni si trovano già on-line. Il che non significa che chiuderò quelli già esistenti. Anzi! Vi aspetto!
Passate a trovarmi anche qui.

Ho aggiornato il blog Photo Ma.Ma. con il mio nuovo reportage, questa volta sul Kosovo. Inotlre ho aggiornato anche il blog de "Un gigolo in doppiopetto".
Come segnalato su TicinoOnLine e su La Regione Ticino, grazie a Un caffè a Kathmandu sono stati donati ben 10mila franchi (pari a 6250 euro circa) alla Onlus Apeiron...

Dal Ticino, diecimila franchi a favore dei bambini nepalesi grazie a un libro scritto da una giornalista locarnese. La donatrice è un’importante azienda di Riazzino; l’associazione beneficiaria è l’Apeiron Nepal; il libro è il giallo-rosa “Un caffè a Kathmandu” (www.uncaffeakathmandu.splinder.com); mentre l’autrice del romanzo denuncia è Manuela Mazzi.
Una notizia improvvisa che ha piacevolmente sorpreso sia la onlus sia l’autrice, che negli scorsi giorni è stata avvisata con queste parole: «Cara Manuela, ti ringraziamo molto per il tuo lavoro che ha dato immediati e sostanziosi frutti: qualcuno di un’azienda svizzera di Riazzino ha letto il tuo libro e ha voluto fare una cospicua donazione ad Apeiron di 10.000 franchi…».
La destinazione dell’importante somma è stata definita in questi giorni: i diecimila franchi andranno a supportare il progetto «Casa Nepal», nato dalla collaborazione di Himalayan Seeds con l’Associazione Apeiron attiva in Nepal dal 1997 (www.apeiron-aid.org). Si tratta di un centro d’accoglienza che darà rifugio e assistenza a donne vittime di violenza e discriminazione, e a bambini orfani o abbandonati.
In Nepal la condizione delle donne influisce evidentemente anche su quella dei bambini, a loro volta vittime dirette o indirette della discriminazione e della violenza. Sempre più numerosi, infatti, sono i bambini che vivono con madri sole perché ripudiate, abbandonate o rimaste sole a causa della guerra.
I bambini, poi, sono direttamente colpiti da fenomeni di violenza di varia origine: dalla tratta di esseri umani alla pedofilia, dallo sfruttamento del lavoro minorile, alla tratta delle adozioni a distanza.
«Mi ha dato gioia – ha detto Manuela Mazzi, che a fine marzo è uscita con il nuovo reportage “Un gigolo in doppiopetto”, che denuncia la storia vera di un gigolo ticinese – ma anche molta soddisfazione e un pizzico d’orgoglio, per il fatto che un così importante gesto solidale sia arrivato dal Ticino. Ringrazio di cuore la dirigenza dell’azienda, anche a nome di Apeiron».

RIAZZINO- Dal Ticino un grande gesto solidale a favore del Nepal, grazie a un libro scritto da una giornalista locarnese. Manuela Mazzi, l'autrice di "Un caffé a Kathmandu" ha infatti ricevuto un ringraziamento da parte della Onlus Apeiron che ha beneficiato di una donazione di 10 mila franchi da parte di un'azienda svizzera di Riazzino. La ditta in questione è venuta a conoscenza dell'attività dell'Apeiron proprio grazie al libro scritto da Manuela Mazzi e ha deciso di devolvere una somma così considerevole a favore dell’attività della onlus nepalese, che si occupa di salvaguardare i minimi diritti fondamentali dei membri più deboli della società locale.
Ebbene, in questi giorni, Apeiron ha determinato la destinazione della somma: i diecimila franchi andranno a supportare il progetto «Casa Nepal», nato dalla collaborazione di Himalayan Seeds con l’Associazione Apeiron attiva in Nepal dal 1997 (www.apeiron-aid.org). Si tratta di un centro d’accoglienza che darà rifugio e assistenza a donne vittime di violenza e discriminazione, e a bambini orfani o abbandonati. In Nepal la condizione delle donne influisce evidentemente anche su quella dei bambini, a loro volta vittime dirette o indirette della discriminazione e della violenza. Sempre più numerosi, infatti, sono i bambini che vivono con madri sole perché ripudiate, abbandonate o rimaste sole a causa della guerra. I bambini, poi, sono direttamente colpiti da fenomeni di violenza di aria origine: dalla tratta di esseri umani alla pedofilia, dallo sfruttamento del lavoro minorile, alla tratta delle adozioni a distanza.
«Non avrei mai immaginato – ha commentato Manuela Mazzi – di poter raggiungere un simile risultato grazie a “Un caffè a Kathmandu”. Certo, la speranza era quella di vendere ben